martedì 21 novembre 2017

La “comida corrida” (il pranzo di corsa)

Chi è stato almeno un volta in centroamerica e in particolare in Messico avrà certo visto mille di questi annunci all'esterno di piccoli ristoranti, fondas, cafeterías, loncherías .... La comida corrida, come dice il nome stesso, è l'antesignana del fast food, con la differenza che si tratta di un pasto completo e in genere di gran lunga migliore e più salutare degli omologhi moderni.
Il pranzo è a prezzo fisso (irrisorio rispetto ai ristoranti veri e propri) ed è molto vario e sostanzioso, lontanissimo da un seppur economico piatto unico.
Si inizia con una scelta fra due o tre primer tiempo brodosi, di solito zuppa e/o crema di verdure e un consommé con fideos (da vermicelli a capelli d’angelo, spezzati); subito dopo si passa alla scelta del segundo tiempo secco che sempre comprende una porzione di riso mentre le ulteriori scelte vanno dalla pasta, ai chilaquiles, ai tacos, ecc.
Con il tercer tiempo siamo invece al piatto forte per il quale, in alcuni posti molto frequentati, la scelta può non limitarsi alle solite due o tre proposte ma essere molto varia ed in questo caso i piatti sono talvolta divisi in fasce di prezzo, con un supplemento da pagare per pietanze di pesce o carni "migliori".
Sono sempre inclusi gli immancabili frijoles (fagioli, serviti contemporaneamente al piatto forte), pane o tortillas, salsa (forte) verde e/o rossa (la verde è di solito la più piccante), spicchi di limo, o limetta che dir si voglia, e agua fresca (acqua insaporita con il succo di limo, arancia, tamarindo, mango, papaya o altri frutti, ma è molto comune anche il carcadè - conosciuto come agua de Jamaica - e la horchata che non è orzata, ma una bevanda a base di farina di riso, zucchero, cannella, late e vaniglia, in questo caso allungata con acqua). 
(nella foto a sx, la crema de cilantroagua de Jamaica e salsa verde).
Questa è la base pressoché imprescindibile, molti includono un semplicissimo e piccolo dolce, altri anche il caffè.
Passiamo ai prezzi ... in queste due settimane, girovagando in aree non poverissime e nei pressi delle aree turistiche, ho visto parecchi menu fra i 50 e i 60 pesos (MXN), ho mangiato 3 volte (bene) al centro da Manolo, a un paio di isolati dallo Zocalo, per 54 MXN, tante volte ancora meglio a Coyoacán (zona più cara dove si trova anche la famosa casa-museo di Frida Kahlo) a La terminal, piccolissimo ristorante molto tradizionale aperto dal 1930, per 75 MXN. Considerate che al cambio medio attuale 85 MXN (75 + 10 di mancia, considerata lauta e del resto è quasi il 15%) equivalgono a 4 euro! 
Oggi ho mangiato:
primer tiempocrema de cilantro (coriandolo)

segundo tiempo: riso appena macchiato di pomodoro con mezza banana tagliata a fette (!)

tercer tiempo (foto a sx, con frijoles e e salsa verde): nopales con formaggio e insalata mista che comprendeva lattuga, pomodori, fette di arancia, cetriolo e jicama (patata messicana) 
Il nome nopal si riferisce sia di una specie locale di fico d'India, sia ai suoi cladodi (le pale, che non sono le foglie divenute invece spine) che si cucinano in vari modi.   
Il tutto accompagnato da agua de Jamaicafrijolessalsa verde, ed  ho rinunciato alla gelatina (inclusa nel prezzo) che rappresentava il dessert.
Ho scelto La Terminal perché è sempre affollatissimo di studenti, operai e famiglie, vende anche comidas da asporto, dalle 14 alle 17 c'è sempre la fila fuori e avvicinandosi l’orario di chiusura (fra le 19 e le 20) ci sono solo pochi piatti ancora disponibili; tutti elementi positivi per i miei criteri di scelta.
Certo, bisogna adattarsi agli spazi limitati e alla velocità del servizio ... la comida è veramente corrida! I primi, essendo due minestre sono preparati in quantità enormi e tenuti sempre caldi, così come i secondi. Appena ci si siede arriva il menù, acqua e pane o tortillas e viene chiesto cosa si preferisce di primo e secondo. Mentre il cliente sceglie il piatto forte (se non lo ha già fatto) arriva il primo e parte la comanda per il tercer tiempo. Quando si sta per finire il primo già il secondo è sul tavolo e quando questo è quasi terminato arriva il piatto forte accompagnato da una piccola porzione di frijoles.
Considerato un tempo medio di permanenza al tavolo di 20-30 minuti, direi che nella sala di una quarantina di posti si servono almeno 400-500 pasti al giorno ... il che spiega come possano mantenere prezzi bassi e buona qualità. I tavoli centrali sono per 2 e possono essere uniti ai laterali (per 4) accomodando così 6 o 7 persone. 
Nella foto a sx (scattata in mattinata, quasi senza commensali), sul bancone si vedono le coppette con le gelatine di vari gusti coperte da una tovaglia, faccia al bancone si trova la barra che può ospitare altre 3 persone e sulla lavagna sono indicati i primi del giorno. 
In cucina ho visto 5 o 6 addetti che preparano i piatti forti al momento, mentre un paio di camerieri si muovono freneticamente in "sala". In questi posti talvolta si deve condividere il tavolo, in altri casi viene chiesto il consenso, ma se c'è fila è molto apprezzato chi, come me, invita il cameriere a far sedere i primi della fila al proprio tavolo, limitando la loro attesa e creando l'occasione per scambiare due parole con autentici locali. 

venerdì 17 novembre 2017

El Pana e Rodolfo Rodríguez González

Dopo 7 anni di lavoro e oltre 100h di riprese  il regista Rodrigo Lebrija ha concluso il documentario El brujo de Apizaco (lo stregone di Apizaco) basato sulla tormentata vita del torero messicano Rodolfo Rodríguez González, meglio conosciuto come El Pana, personaggio “bipolare, alcolizzato, schizofrenico,romantico, mitomane e surrealista”. Chi pensa che sia un documentario sulla tauromachia si sbaglia, è il ritratto di un uomo assolutamente fuori della norma, nel bene e nel male, nei suoi eccessi e nelle sue genialità.
Di umili origini, figlio di un poliziotto assassinato quando lui aveva 3 anni e di Doña Licha, tamalera come la nonna (venditrici di tamales alla stazione di Apizaco), prima di cominciare a toreare professionalmente all’età di 27 anni fu ferroviere, venditore ambulante, necroforo, contadino e panettiere alla quale deve il suo soprannome Pana(dero).
Frequentava cantine e postriboli e i suoi eccessi nel bere (soprattutto il micidiale pulque) lo portarono sette volte in carcere; pur avendo avuto scarsa eduzione scolastica da adulto parlava fluentemente inglese, portoghese e francese. Si definiva un romantico e passava dal vizio al misticismo, aveva un’ammirevole forza d’animo e raggiungeva gli obiettivi che si prefiggeva:  voleva diventare torero e ci riuscì dopo essere sfuggito più volte alle pallottole dei caporales, decise di sposare una modella americana e ci riuscì (e da lei ebbe anche una figlia) e anche quando decise abbandonare l'alcool ci riuscì. In effetti per questo ultimo caso raccontò che una notte, mentre era completamente ubriaco, gli apparve Dio sotto le sembianze di una fortissima luce e gli ordinò di smettere di bere ... quattro mesi dopo era completamente disintossicato e tornò a toreare.
Anche per quanto riguarda la sua abilità di torero era assolutamente fuori della norma. Ha avuto una inusuale lunga carriera (37 anni) toreando fino ai 64 anni e sopravvivendo a 20 incornate che lasciarono comunque il segno (“dove finisce una cicatrice ne comincia un'altra”).  L’ultima di queste, inflittagli il 1° maggio 2016 dal toro Pan francés, lo lasciò tetraplegico e dopo 32 giorni morì per complicazioni cardiache. Più volte ha ufficialmente lasciato l’attività, ma poi ha sempre cambiato idea dopo pochi mesi. Famoso è il suo addio nella Plaza Mexico il 7 gennaio 2007, nella quale dedicò pubblicamente il suo ultimo toro 
a todas las daifas, meselinas, meretrices, prostitutas, suripantas, buñis, putas, a todas aquellas que saciaron mi hambre y mitigaron mi sed cuando el Pana no era nadie, que me dieron protección y abrigo en sus pechos y en sus muslos en mis noches de soledades. Que Dios las bendiga por haber amado tanto. Va por ustedes”  (“a tutte le prostitute - gli altri nomi sono più o meno sinonimi - che saziarono la mia fame e mitigarono la mia sete quando el Pana non era nessuno, che mi diedero protezione e riparo fra i loro seni e le loro cosce nelle mie notti di solitudine. Che Dio le benedica per aver amato tanto. E’ per voi”). 
Con questa impudente dedica sollevò l’ennesimo polverone in quanto fu fatta al microfono del cronista televisivo, quindi ascoltata non solo dagli spettatori ma anche da tutti coloro che seguivano la diretta fra i quali si sapeva ci fosse anche il Presidente della Repubblica e consorte.

Non è mai stato apprezzato dai puristi della tauromachia in quanto era oggettivamente poco abile nei passi canonici e fondamentali, ma proprio per non seguire routine e per non essere ortodosso era adorato da buona parte del pubblico perché non si sapeva mai cosa si sarebbe inventato (dentro e fuori dell’arena). Mi è capitato di leggere un articolo di un famoso giornalista taurino spagnolo che, commentando una sua esibizione nella penisola iberica, sottolineò la sua capacità di affascinare il pubblico per come si presentava, come camminava nell’arena, sempre con un puro (grosso sigaro) fra le labbra, distinguendosi dallo stereotipo dei toreri moderni che si presentano in modo ormai standardizzato, non trasmettono alcuna emozione e pensano quasi esclusivamente a immagine e denaro. In quella particolare occasione fu protagonista di una prestazione mai vista in alcuna plaza de toros in Spagna e il pubblico andò letteralmente in delirio. Gli esperti dicono che aveva un repertorio di figure e di passi peculiare, ogni sua faena era unica.
Diceva sempre che sognava di morire nell’arena e fu (quasi) così in quanto il 1° maggio 2016 il toro Pan francés, lo travolse lanciandolo in aria e causandogli la frattura di varie vertebre. Qualcuno scrisse che quel giorno in un momento el Pana morì e Rodolfo Rodríguez rimase tetraplegico. Infatti Rodolfo era solito parlare di El Pana in terza persona, così come da torero parlava in terza persona del Rodolfo contadino e "filosofo". Come anticipato nelle poche righe pubblicate appena dopo aver visto il documentario, il gran merito del regista Lebrija consiste nell'essere riuscito ad entrare in empatia con l'uomo che era l'alter ego del torero e riuscire a mostrare le due (forse più di due) personalità tanto diverse fra loro.
ATTENZIONE! include immagini abbastanza crude.
Da notare che anche in età avanzata, El Pana ha continuato ad esibirsi anche come banderillero, ruolo nel quale si deve vere grande agilità e prontezza di riflessi. Verso la fine del video, notate la sua reazione dopo un (quasi) violin, figura che molti giovani non si arrischiano neanche a tentare.
Non diventò mai ricco sia perché non lo voleva diventare (disprezzava i ricchi) sia perché, a seconda del suo stato d’animo, o spendeva tutto quanto appena guadagnato in alcool e donne nel primo postribolo che trovava o regalava soldi alla madre e ai fratelli. Lui continuava a  vivere modestamente, si occupava della campagna, si intratteneva spesso con gli aficionados mangiando tacos per strada davanti alla Plaza de toros
Nei seguenti due video potete ascoltare dalla viva voce di El Pana, intervistato dal famoso giornalista e conduttore televisivo spagnolo Jesús Quintero, le sue opinioni in merito a religione, alcoolismo, famiglia e prostitute, oltre a parlare ovviamene di tori e toreri.
prima parte
seconda parte

martedì 14 novembre 2017

Alebrijes, creature fantastiche ... e alcuni tamales


Un alebrije è una figura di un essere immaginario, solitamente in buona parte zoomorfo con elementi di un singolo o più animali, realizzato in cartapesta dipinta con colori molto vivaci e brillanti. Sono prodotti artigianali tipicamente messicani, ma non di antica tradizione. Infatti, è assodato che i primi alebrijes furono creati da nel 1936 da Pedro Linares López e la storia della loro origine, così come raccontata dallo stesso autore, è a dir poco abbastanza singolare.
A 30 anni Pedro si ammalò gravemente e a un certo punto cadde in un sonno profondo, quasi un coma, e i familiari non avendo risorse per poter chiamare un medico né per comprare medicine, dopo aver tentato con vari rimedi casalinghi, già disperavano e lo credevano morto quando, fra lo sgomento di chi lo vegliava, si risvegliò completamente ristabilito.
A quel punto cominciò a raccontare di aver fatto un lungo sogno nel quale si trovava nel magico scenario di bosco accogliente, con animali, rocce e piante di ogni tipo fra i cui rami poteva scorgere il cielo azzurro con poche nuvole chiare. Tutto era calmo, non sentiva nessun dolore ed era felice di camminare in questo posto quando  All'improvviso le rocce, le nuvole, le piante e gli animali si convertirono in strane creature che non poteva identificare poiché erano di natura molto strana. Ricordava chiaramente di aver visto, fra gli altri, un gallo con corna di toro, un asino con le ali, un leone con la testa di cane, e tutti gridavano all'unisono: Alebrijes!, e poi continuavano a ripetere sempre più forte Alebrijes! Alebrijes! Alebrijes!
 
 
Pedro continuò il suo cammino in quel posto fantastico e,  mentre percorreva un sentiero selciato, vide un uomo che passeggiava tranquillamente e gli chiese aiuto per uscire da lì. L'uomo, meravigliato, gli rispose che non era quello posto per lui e che proseguendo avrebbe trovato un'uscita. Pedro cominciò a correre e infine trovò una stretta finestra attraverso la quale poteva a malapena passare e in quel momento si svegliò. Immediatamente volle cominciare a descrivere a familiari e amici queste creature fantastiche e così, approfittando della sua abilità nel creare forme di cartapesta, cominciò a riprodurli e colorarli così come li aveva visti in sogno. Infatti Pedro, insieme con suo padre, trattava prodotti cartacei e produceva oggetti in cartapesta nel famoso mercato de La Merced (Ciudad de Mexico), dove le donne della famiglia erano tamaleras, preparavano e vendevano tamales. Questi sono “involtini” di pressoché qualunque alimento, dolce o salato, cotto a vapore avvolto in foglie per lo più di mais ma anche di yucca, banano o qualunque altra abbastanza grande e disponibile localmente. Si trovano imbottititi con qualunque vegetale, pesce o tipo di carne (In Ecuador provai perfino quelli di iguana ...) sono diffusi in tutta l’America Latina, dalle coste alla Ande, dalla Bolivia al Messico, dove si dice che se ne producano 500 tipi differenti.

Nel corso degli anni Pedro Linares mostrò i suoi lavori a molta gente sia in Messico che all'estero e fu invitato a esibire le sue opere negli Stati Uniti e anche in Europa.
​Un gallerista di Cuernavaca scoprì i suoi lavori e li li propose a Diego Rivera y Frida Kahlo,
di quali cominciarono a richederne altri. Rivera diceva che nessuno meglio di Linares poteva realizzare le figure che chiedeva; uno di queste opere si trova nel Museo Diego Rivera Anahuacalli di Ciudad de México.
Sull'onda di questo entusiasmo generale Linares migliorò ulteriormente la tecnica tradizionale insegnatagli dal padre e la perfezionò utilizzando sia cartone che carta più sottile (per lo più di quotidiani), spesso su una struttura di fili e giunchi. Oggi Miguel Linares, Paula García, Blanca e Elsa Linares continuano a produrre alebrijes seguendo gli insegnamenti di Pedro.
Dal 2007 il Museo de Arte Popular di CDMX realizza una sfilata di alebrijes monumentali, conosciuta come Noche de los alebrijes.
   
A onor del vero esiste un’altra versione dell’origine di queste figure, secondo la quale il pittore messicano José Antonio Gómez Rosas, detto El Hotentote, chiese al cartonero di realizzare una nave e un alebrije. L’artigiano gli chiese come fare e lui rispose “prendi un pupazzo e aggiungi una coda e ali di pipistrello”. Nei dipinti di El Hotentote sono frequenti figure zoomorfe e fantastiche nelle quali si combinano parti di rettili, uccelli, anfibi, insetti e mammiferi di qualunque epoca e qualunque luogo.
Comunque siano andate le cose Pedro Linares è il “padre” di tutti gli alebrijes.

venerdì 10 novembre 2017

Qualche utile anticipazione su COCO, il film di Natale della PIXAR

E finalmente ho guardato Coco, il film di Natale 2017 della Pixar-Disney, per ora uscito solo in Messico sia per essere ambientato qui, sia perché è stato lanciato in occasione della settimana di festa relativa al Dia de Muertos, qui più sentita perfino di Natale.
Al contrario di quanti molti possano pensare, Coco non è il nome del protagonista che invece è Miguel, un bambino aspirante cantante nonostante la messa al bando di ogni tipo di musica imposta dalla famiglia da generazioni e sogna di diventare una star come il suo idolo Ernesto de la Cruz.
Nel tentativo di dimostrare la sua bravura e a seguito di una serie di eventi misteriosi Miguel si ritrova nell’incredibile e coloratissimo “mondo dei morti”. Lì incontrerà il simpatico imbroglione Hector che vorrebbe tornare a vedere la propria famiglia e che lo accompagnerà in uno straordinario viaggio fra nel corso del quale troverà i suoi antenati, personaggi famosi, idolo Ernesto de la Cruz, spiriti guida sotto forma di coloratissimi animali (alebrijes), ma non sarà semplice tornare fra i vivi e non tutto è ciò che sembra. Ovviamente non dirò di più, ma mi limiterò a evidenziare alcuni elementi che potrebbero sfuggire a chi sa poco o niente del Messico e della sua cultura.
un paio di esempi di come si presentano nella realtà i cimiteri per Dia de Muertos
Quello messicano è un popolo molto fiero della propria cultura qualunque ne sia l’origine, vale a dire sia le tradizioni indigenas sia quelle di derivazione spagnola come musica, cavalli e corrida per fare qualche esempio. Per questo motivo ci sono dei personaggi “leggendari” a prescindere dalla loro etnia e dalle percentuali di sangue indigena/latina che sono stati idoli di tutti i messicani. Nel film appaiono vari di essi fra i quali Cantinflas, Jorge Negrete e Maria Felix mentre Ernesto de la Cruz sembra la caricatura di un misto di Pedro Infante e Vicente Fernandez. L’unica che tutti riconosceranno, anche perché si dichiara, è Frida Kalho a cui ha dato voce Ofelia Medina che ne interpreto il ruolo in Frida, naturaleza viva (Paul Leduc, 1983). Fra i brevi inserti cantati ci sono poi alcune strofe della Llorona, spirito mitico che dà il titolo alla famosa canzone interpretata anche da Chavela Vargas nell’altro film Frida (Julie Taymor, 2002, 2 Oscar).
Il concetto di “famiglia” è importantissimo in Messico e attorno ad esso gira tutta la storia di Miguel che, come ogni altro messicano, conosce il proprio albero genealogico e spesso i volti dei parenti deceduti e anche antenati scomparsi da molti decenni.
Sarei anche curioso di sapere come saranno tradotti nelle altre lingue (e non solo in italiano) tanti altri termini gastronomici come chicharron e chorizo (che sono anche soprannomi di personaggi del film) ma si menzionano anche i tamales e i calaveras de azucar già citati nel mio precedente post dedicato alle festività del Día de Muertos, scritto proprio per aiutare a comprendere ed apprezzare questo film. E come verrà presentato l'esordio di Miguel alle prese con il grito charro (o mexicano)? link al post
papel picado a tema, alcuni personaggi di COCO
Avevo parlato anche dei fiori bianchi o gialli che servono da segnavia per guidare gli spiriti fino agli “altari” predisposti dai parenti ancora in vita e nel film hanno una parte fondamentale sia per i poteri magici dei petali, sia per costituire lunghi ponti a più arcate che collegano i mondi dei vivi e dei morti.
Vedrete tantissimi festoni colorati e traforati spesso raffiguranti teschi e scheletri, si tratta del papel picado che si utilizza per adornare non solo case e altari ma anche strade e negozi (oggi, a circa una settimana dalla fine della festa ce ne sono ancora un sacco in giro).
Vorrei parlare più approfonditamente degli alebrijes che hanno una interessante storia anche se molto più breve della festa del Dia de Muertos, forse lo farò nei prossimi giorni dopo aver visitato di nuovo il Museo di Arte Popular dove ne sono esposti di meravigliosi. Per ora mi limito a ciò che concerne Coco e quindi all’enorme felino alato che ha un ruolo importante nello sviluppo della storia. Una replica in cartapesta fa bella mostra di sé fra gli edifici della Cineteca Nacional e sono pochi quelli che rinunciano a farsi un selfie o a farsi fotografare da qualcuno al lato del gattone (e non parlo solo di giovincelli).
Dopo quanto detto, pur essendo un sostenitore delle versioni originali dei film, capirete perché di questo ho voluto guardare la versione doppiata soprattutto in quanto il film è un omaggio alla cultura messicana attraverso una storia legata indissolubilmente alla sua più importunante festività (Día de Muertos) e oltretutto molti dei personaggi principali hanno lo stesso doppiatore per entrambe le lingue come per esempio Hector (voce di Gael García Bernal) ma anche mamà, papà Julio e Tio Berto. Per di più, come purtroppo spesso accade, nella versione americana i protagonisti parlano sì inglese, ma con un marcato accento latino ... cosa assolutamente insensata. Quindi mille volte meglio calarsi nell’ambiente con una giusta amabilissima e quasi cantata cadenza messicana.
Penso che abbiate anche capito che il film mi è piaciuto molto, similmente a Moana/Oceania dell’anno scorso non ci sono scene troppo sdolcinate né storiella d’amore, è molto colorato festoso e vivace pur essendo associato ai “morti”, ci sono delle animazioni molto originali con scomposizione e immediata ricomposizione di scheletri e trovate geniali come il "controllo passaporti" al quale si devono sottoporre le anime prima di varcare la frontiera per andare a visitare le proprie famiglie.
Dopo l’anteprima mondiale del 20 ottobre al Festival di Morelia (Messico), il film (serio candidato all'Oscar 2018) è arrivato nelle sale del paese “protagonista” della storia venerdì scorso. 
In Europa arriverà il 22-23 novembre dopo un’uscita limitata a Parigi una settimana prima, ma in Italia si dovrà aspettare fino a Natale!

martedì 7 novembre 2017

L’Uomo Lupo dei boschi ourensani (Galizia)

In un articolo relativo alle conseguenza degli incendi che il mese scorso hanno devastato la Galizia, era inclusa una citazione del storia quasi leggendaria, ma purtroppo reale, di Manuel Blanco y Romasanta ... el hombre lobo (l’uomo lupo).
Su di lui è stato scritto tanto e a distanza di oltre 150 anni della sua condanna e conseguente esecuzione ancora è molta l’attenzione rivolta a questo caso emblematico e senza dubbio singolare. Pochi anni fa è stato addirittura deciso di pubblicare integralmente tutti gli atti del processo che sono presto diventati quasi un bestseller.
Cercherò di riassumere gli eventi ed elencare fatti più salienti.
Romasanta era, a detta di tutti, persona garbata e gentile, di corporatura molto minuta (gli atti dicono 137 cm) e pare quasi assodato che soffrisse di pseudoermafroditismo femminile che portava alla secrezione abnorme di ormoni maschili, virilizzando il suo aspetto e provocando episodi di forte aggressività. (scusate eventuali inesattezze mediche, ma penso che la traduzione dia l’idea della situazione). Ciò spiegherebbe anche la sua attitudine “quasi femminile” e predisposizione a svolgere compiti di solito affidati alle donne come tessere, lavorare a maglia, cardare la lana.

Si sposò ma, ovviamente, non ebbe figli e quando rimase vedovo si diede al commercio ambulante e al contrabbando con fra Spagna e Portogallo e nel corso del processo fu accusato non solo dei 9 omicidi di donne e minori (che confessò pochi giorni dopo essere stato arrestato il 2 luglio 1852) ma anche di essere un sacaúntos (o sacamanteca), loschi personaggi ai quali si attribuiva il commercio del grasso dei corpi umani come unguento miracoloso. Delle varie vittime (che depredava di tutto, anche dei vestiti che poi rivendeva) furono trovate solo poche ossa e nessun altro resto.
Proprio questa l’osare troppo lo fece scoprire in quanto un fratello di una delle donne da lui uccise riconobbe gli abiti della sorella. Di solito circuiva donne non sposate, già un po’ avanti con gli anni e ragazze madri promettendo loro un buon lo presso un parroco di qualche paese abbastanza distante da non poter essere ben conosciuto. Con una serie di false lettere convinceva le donne a vendere tutto e ad intraprendere il viaggio con lui per poi ritornare dopo una decina di giorni con una ennesima falsa lettera della ormai defunta ai parenti.
Lo studio “fisico e filosofico” di Blanco Romasanta fu curato da sei giudici che, non volendo, scrissero un ottimo testo letterario ma dopo vedersi convertita la pena in carcere a vita per indulto della Regina, entrò in scena un certo monsieur Philips, un “esploratore dei labirinti mentali” che praticava l’ipnotismo. Romasanta raccontò della sua prima trasformazione che avvenne nel corso di uno dei suoi viaggi, quando nel bosco si trovò di fronte due lupi minacciosi. Fu a quel punto che si buttò a terra, si rotolò e si contorse fino a tramutarsi egli stesso in lupo e con gli altri due cacciò per una settimana. Al termine di questa esperienza ritornò nelle sue sembianze e scoprì che anche gli altri due erano in effetti uomini, per l’esattezza tali Antonio e don Genaro, entrambi originari di Valencia.
Romasanta morì di cancro allo stomaco il 14 dicembre 1863, nel carcere di Ceuta.
Questo è un ottimo e dettagliato articolo che ho trovato su un sito dedicato agli assassini seriali.
Della storia di Romasanta (limitatamente al periodo degli omicidi) sono stati realizzati due film il più famoso dei quali è “El bosque del lobo” (1970, di Pedro Olea) con una delle prime interpretazioni drammatiche di José Luis López Vázquez (foto al centro), l’altro ha come titolo proprio “Romasanta” (2004, di Paco Plaza)

martedì 31 ottobre 2017

Ironiche (ma non troppo) considerazioni su movieholic, falsi critici e Doña Liber

Cercando una foto da aggiungere alla micro-recensione #346 del 2017, mi sono imbattuto in un divertente, ma molto arguto, post pubblicato su revistacinefagia.com dal titolo appunto La mujer que no tuvo infanciaL’articolo, a firma di  Marco González Ambriz, inizia con una considerazione che posso riassumere così: 
Ci sono nomi che fanno impallidire anche il più irriducibile “cinéfago” e che sono capaci di curare chiunque dalla dipendenza dalla settima arte
Fra i suddetti attori e registi include perfino nomi di fama internazionale come Manuel de Oliveira e Theo Angelopoulos (ovviamente qualcuno non è d’accordo ... e altri non hanno la benché minima idea di chi siano), per poi passare ai messicani e prosegue: 
“Ciò che li accomuna è che i loro film non devono essere viste neanche per scherzo. La cinefagia ha i suoi limiti. Giunge un momento nella vita di chiunque nel quale ci si deve chiedere se vale la pena di sorbirsi film come Parola e Utopía giusto per “completismo”. E’ vero che per i veri amanti del cinema l’importante è divorare quanti più film possibile (François  Truffaut diceva “Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte” n.d.r.) senza preoccuparsi dei riconoscimenti o dei record di incassi, ma questo a volte conduce a esperienze molto poco gradevoli. Per questo motivo è consigliabile conoscere la lista di attori, registi, sceneggiatori da evitare ad ogni costo.”
E qui entra in gioco Libertad Lamarque, da alcuni vista come
l'emblema del melodramma lacrimevole e stucchevole, con sentimentalismo superficiale, esagerato e falso, che servì da modello per la creazione delle telenovelas, che lo superarono in quanto a morale ipocrita e ad idiozia, fino a divenire intrattenimento preferito di spettatori cerebrolesi.” (sic!)
Per onor del vero Doña Liber (così veniva chiamata) si guadagnò questa fama con numerose interpretazioni del genere tanto che molti giovani messicani che non focalizzano immediatamente ottimi caratteristi come Joaquín Pardavé, Andrés Soler o Sofía Álvarez, collegano invece immediatamente il nome Libertad Lamarque a quella signora con accento argentino che sparge lacrime a iosa, si mette le mani nei capelli, si lamenta delle sue sventure strepitando a piena voce e, appena può, canta ... una specie di Julie Andrews latina.
A questo punto Marco González Ambriz attacca senza mezzi termini Emilio García Riera (autore della “Historia Documental del Cine Mexicano”, 18 volumi nei quali commenta oltre 3.500 film prodotti fra il 1929 e il 1976) contestandogli di essere un “collezionista di dati” e non uno storico del cinema. Le critiche mosse a La mujer que no tuvo infancia dimostrano palesemente che non avesse visto il film che invece, secondo lui, è una sottile e arguta presa in giro di quel tipo di melodrammi di medio e basso livello, pieni di luoghi comuni, personaggi stereotipati e gioventù assolutamente poco rispondente alla situazione reale che alla fine dei ’50 si evolveva rapidamente. In pratica sostiene che, nonostante la presenza della famigerata Libertad Lamarque, il film ha i suoi pregi e quindi implicitamente la esclude dalla lista nera.

346 La mujer que no tuvo infancia (Tito Davison, Mex, 1957) 
con Libertad Lamarque, Pedro Armendáriz, Elsa Cárdenas * IMDb  7,5
Personalmente sono d’accordo con González Ambriz in quanto mi pare evidente che Tito Davison (regista e co-sceneggiatore del film, certo non fra i più titolati cineasti messicani ma lungi dall'essere un inetto incapace) tratta la storia, di per sé abbastanza scontata, senza eccessi, con garbo, senza personaggi troppo poco plausibili e con una buona dose di satira sociale dipingendo un ambiente già ampiamente sfruttato in precedenza, ma quasi sempre con poco gusto, e mirando al ridanciano di basso livello.
Nel film Libertad Lamarque, già sposa bambina e appena divenuta vedova, soffre di uno sdoppiamento della personalità (più che altro dell'età) e si trova a combattere gli avidi e bigotti vecchi cognati Matilde, Cleotilde e Andrés, per fortuna con l'aiuto dell'esecutore testamentario interpretato da Pedro Armendáriz che certo non ricorderà questo film come uno dei suoi più memorabili, ma probabilmente si divertì a non interpretare (una volta tanto) il cattivo, duro, rude classico macho messicano ... non per niente Luis Buñuel lo ritenne perfetto per il ruolo di protagonista in El bruto (1953).
   
In effetti Libertad Lamarque negli anni ’40 era già famosa attrice drammatica e apprezzata interprete di boleri, tango e canzoni popolari latine e a quel tempo si guadagnò il soprannome "La Novia de América" (la sposa dell’America), ma dopo una decina di anni era diventato “Regina del melodramma".

Con un salto di oltre 30 anni, mi accingo alla visione di una decina dei 15 film che non ho ancora visto delle “30 mejores peliculas mexicanas 1990-2012”.

sabato 28 ottobre 2017

El Día de Muertos (Giorno dei morti) grande FESTA tradizionale messicana

La celebrazione del Día de Muertos (Giorno dei morti) è una delle tradizioni più antiche del Messico anche se in ogni stato si svolge con piccole differenze. Non ha assolutamente niente a che vedere con la commemorazione dei defunti cattolica, né con il pagano e molto più moderno Halloween, non c’è niente di triste o tetro, al contrario è una vera e propria festa nella quale i vivi si incontrano con le anime dei morti che vengono a trovare amici e parenti e offrono loro una abbondanza di sapori, odori, colori e musica.
L’origine del culto è precolombiano ed è legato alla dea Mictecacíhuatl (nella mitologia azteca regina del regno dei morti Mictlán) che rappresentava il principio e la fine della vita. La sua testa era un teschio con la mandibola aperta e dalla sua bocca usciva un guerriero, simboleggiando principio e fine della vita. Con l’arrivo degli spagnoli (e del cattolicesimo) molte riti “pagani” furono proibiti e quindi soppressi mentre altri, come questo, furono modificati e assimilati ad analoghi ricorrenze religiose. Per esempio il cosiddetto Carnevale che si festeggia in Chiapas si chiama così ma segue uno svolgimento conforme alla festa dei “giorni vuoti”, i 5 giorni che mancavano al calendario Maya per pareggiare i 365 giorni dell’anno solare.
   
Il Día de Muertos fu così accostato alla commemorazione dei defunti del 2 novembre ma, essendo una festa articolata e pieni di significati e simboli, ancora oggi ufficialmente si celebra il 31 ottobre, l’1 e il 2 novembre anche se, in effetti, le feste iniziano il 28 ottobre. Ogni giorno è collegato a un particolare tipo di decesso: il 28 si incontrano le anime delle persone morte in modo violento, il 30 quelle dei bambini morti primi di essere stati battezzati e il 31 di quelli morti prima dei 12 anni, l’1 quelle dei morti per cause naturali e malattie finché a mezzogiorno del 2 novembre le anime dei defunti tornano da dove sono venute, mentre i vivi smontano gli altari e ripongono (o finiscono di consumare) le offerte.
Per i messicani è una FESTA a tutti gli effetti e quindi non è tempo di piangere ma di celebrare la vita dopo la morte e in essa si amalgamano gastronomia, musica, unione della famiglia, arricchite da tanti altri aspetti della loro cultura tradizionale. 
Nel suo complesso è talmente radicata e importante da essere riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio orale ed immateriale dell'Umanità, essendo “tradizionale, contemporanea e attuale allo stesso tempo, integratrice, rappresentativa e comunitaria”.
La festa prevede, fra le tante altre cose, l’addobbo di tombe, lapidi e altarini casalinghi con una varietà di oggetti che aiutino a richiamare e dirigere le anime che tornano fra i vivi. Nell’immagine al lato sono raccolti molti di tali elementi e riassunti vari significati: cibo preferito di ciascun defunto, fiori, acqua, pane, oggetti di artigianato locale, fotografie, dolci a forma di teschio, liquori, candele, giocattoli e altri ricordi. Inoltre, si organizzano sontuosi banchetti, tutti si vestono a festa (e non certo a lutto), la tequila non manca e la musica più ascoltata è quella tradizionale dei mariachi che cantano rancheras.
Ma i simboli che si vedono di più sono senz’altro teschi (calaveras) e scheletri, i primi soprattutto sotto forma di dolci di zucchero di canna i secondi legati alla famosa Catrina nome attribuitole dal muralista Diego Rivera (marito di Frida Kahlo). Questi addirittura le riservò un posto d’onore nel suo famoso mural Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central fra i circa 150 personaggi emblematici della storia del Messico. 
Per la precisione la Catrina si trova proprio al centro dell’enorme dipinto (largo 15 metri per 5 di altezza, esiste un museo dedicato praticamente solo a quest’opera), al braccio del suo creatore José Guadalupe Posada e tenendo per mano il giovane Diego Rivera, alle cui spalle si trova Frida Kahlo
Il disegno originale del 1910 (Calavera garbancera, trad. teschio di venditrice di ceci, immagine a sx) è opera del suddetto caricaturista José Guadalupe Posada, il quale con quello scheletro “nudo” ma con cappello alla moda con relative piume di struzzo volle rappresentare gli indigeni che, rinnegando la propria etnia, cultura e tradizione, volevano apparire come europei. Solo successivamente  Rivera la “vestì” e le attribuì il nome con il quale oggi è da tutti conosciuta che significa ben vestita, ma più appariscente che elegante.  
In Messico, esattamente in questo periodo festivo, è ambientato il più recente film della Pixar-Disney, in uscita in Italia a Natale: Coco.

lunedì 23 ottobre 2017

Torno a parlare dell'ottimo cibo tradizionale portoghese

Giunto a due terzi di questo mio ennesimo soggiorno portoghese (stavolta solo un paio di settimane) posso dire di aver portato a termine quasi tutti i miei piani, certamente quelli principali relativi a visite/foto a Sintra, film (alla Cinemateca Portuguesa e in sala) e, manco a dirlo, cibo! E di questo vado ora a "discettare" ...
La varietà di piatti tradizionali portoghesi (ottimi sapendo dove andare) è impressionante, e ci vorrebbero mesi e mesi per provarne abbastanza. Dovendo limitarsi (per mancanza di tempo) ad una minima percentuale di essi bisogna farsi guidare dal proprio naso, dalle proprie preferenze, dalla stagionalità dei prodotti, prestare attenzione alle ricette regionali, seguire i suggerimenti dei locali, approfittare dei pratos do dia (piatti del giorno) che , in quanto tali, sempre freschi.
Nella mia lista di desiderata avevo incluso il famoso leitão (foto di copertina), carapaus fritti, un qualche  stufato e, ovviamente, almeno un paio di piatti a base di baccalà, uno dei quali doveva essere bacalhau à Brás (che non è alla brace, ma "alla Biagio", il cuoco che ideò la ricetta - foto a sx) uno dei miei piatti preferiti ma deve essere ben eseguito e i 4 ingredienti fondamentali (baccalà, cipolle, patate e uovo) ben bilanciati, altrimenti diventa immangiabile, ma io sapevo chi lo cucina alla perfezione: Oasis a Portimão. Il ristorante-bar ha una trentina di posti ammassati in una piccola sala, qualcun altro si può accomodare al banco o a un paio di tavolini del bar. Fra le 13 e le 13.30 è sempre stracolmo e i clienti (quasi esclusivamente locali, garanzia di qualità) fanno la fila per sedersi. 

Personalmente lo frequento da 9 anni e lo alterno con A Nossa Casa a seconda di cosa desidero ... ognuno ha le sue specialità! In questo secondo piccolo ristorante (dove ho trovato molti dei soliti clienti fissi) nmi hanno accolto Virgilio e Idalia e lì sono stato a pranzo per ben tre volte in 5 giorni: al mio arrivo mi sono "lanciato" su un bacalhau espiritual (già il nome è tutto un programma), il secondo giorno mi hanno fatto trovare i carapaus fritti (che sanno essere fra i miei piatti preferiti) e nell'ultima occasione ho mangiato una ottima feijoada à transmontana (in alto a sx) una delle tante varianti di minestre con tanti tipi di carni e verdure e tenete presente che la terrina è abbastanza profonda e a parte c'è una porzione di riso bianco che, ovviamente, andrà ad assorbire tutto cquel bel sugo ...


Il leitão non si trova dappertutto ed è opportuno andare in locali specializzati e non basta che sia una qualunque churrasqueria. Io ne ho scelto uno "famoso" (A Choupana) già sperimentato più volte, sempre affollato pur trovandosi lungo la strada statale 125 dell'Algarve senza case nelle vicinanze. Per andarci ho preso il treno fino alla stazione di Mexilhoeira grande (chiusa, lontana dal centro abitato, raggiunta solo da una strada sterrata) e poi quasi 2km a piedi. Ho trovato la solita folla (ormai il posto e segnalato da tutti e quindi ci sono anche molti stranieri) ma il leitão è sempre perfetto e viene servito con le tradizionali patate fritte (VERE!, tagliate a fette sottili e fritte al momento) e fette di arancia. A parte (e a richiesta) è d’uso avere anche una insalata di pomodori e cipolle.
Tutto ciò a Portimão e ora passiamo a Lisboa dove sono tornato più volte al Tunel de Alfama del quale già parlai tempo fa. Qui si mangia ancora nella vera e pura tradizione delle trattorie o osterie che propongono solo 2 o 3 piatti del giorno, per lo più completi, con verdure di stagione e pesci o carni locali, certamente tagli "poveri" ma comunque egualmente nutrienti se non addirittura migliori di quelli considerati "prelibati" che arrivano in tavola molto più elaborati e modificati, a prezzi esorbitanti.
Come mia abitudine, quando vedo in lista un piatto che non conosco lo prendo, senza neanche chiedere di cosa si tratti visto che, per mia fortuna, non soffro di allergie o intolleranze alimentari e non sono schizzinoso. La nuova pietanza di oggi è stata rancho à minhota (pronuncia "mignota") che significa che è della regione del Minho (migno), nuova nel senso che non l'avevo ancora gustata anche se avevo apprezzato molte altre simili minestre con carne e verdure miste come la già citata feijoada à transmontana. Qui c'erano una gran varietà di pezzi di carne, bovini e suini, chouriço, fagioli, pasta, verza, carote, cavolo e cipolla.
A proposito del Tunel de Alfama, devo sottolineare che, incredibilmente, il prezzo del menù giornaliero completo (sopa, prato do dia, pane, vino, dolce e caffè) è di soli 6,50 euro e le porzioni sono estremamente abbondanti (e di vino ne servono mezzo litro!). La terrina che vedete nella foto era dello stesso diametro di un piatto (compreso bordo), era alta almeno 4 o 5 cm e il cibo superava il bordo ... in un ristorante "normale" una tale quantità sarebbe stata divisa in 2 generose porzioni o 3 standard. 
E' importante sottolineare che, a servizio (quasi) terminato, il gestore, la cuoca e l'addetta ai tavoli si accomodano in sala e mangiano le stesse pietanze proposte nel menù, scegliendole fra quelle (eventualmente) rimaste.  
   
Ho aggiunto queste ultime due foto "significative", scattate in occasione della mia prima visita al Tunel de Alfama di questo viaggio. A sinistra c'è l'ingresso (per la verità poco invitante, ma fidatevi) a Rua dos Remédios 132Alfama, ma ora sapete dove andare; a destra c'è il tavolo dei miei vicini, due operai che si sono ripuliti quelle terrine di dobrada com feijão branco (trippa e fagioli bianchi) una classica ricetta del Portogallo settentrionale. Notate che già hanno cominciato a mangiare dal loro piatto (quasi pieno) e ciononostante c'è ancora tanta trippa e fagioli nelle terrine!  

mercoledì 18 ottobre 2017

Moderni mezzi di trasporto per turisti a Lisbona

I pigri che vogliono andare in giro per Lisbona senza usufruire dei normali e "banali" mezzi di trasporto hanno ormai una vasta possibilità di scelta. Lasciando da parte taxi, metro, tram, bus e via discorrendo e prima di arrivare alla più recente novità (almeno così mi pare, foto di apertura), illustro varie altre possibilità più o meno originali.
E’ letteralmente scoppiata la mania dei cosiddetti tuk-tuk (termine importato dal sudest asiatico) che, rispetto alla mia ultima visita di un paio di anni fa, si sono a dir poco decuplicati. Quelli costruiti su telaio della classicissima Ape Piaggio che già imperversano in Italia a metà del secolo scorso, in particolare in località turistiche, soprattutto quelle isolane, sono forse raddoppiati di numero sono stati ampiamente superati da tricicli ben più grandi, moderni e potenti, per fortuna con motore elettrico. Si stanno rapidamente diffondendo e grazie alla maggiore superficie della carrozzeria si stanno sbizzarrendo a renderle piacevoli alla vista con un tocco di arte tradizionale. Guardate per esempio queste due che appaiono ricoperte di azulejos con i classici motivi portoghesi.
Per un tour in gruppo, evitando i visti e rivisti bus scoperti panoramici, ci si può imbarcare (nel vero senso della parola) su questo mezzo anfibio capace di percorrerele strade di Lisbona cosi come di navigare sul Tejo (fiume Tago).
Per essere invece più indipendenti senza ricorre alle solite bici (elettriche o meno) e motorini ci sono questi piccoli monoposto elettrici indipendenti e queste macchinette biposto con motore a 2 tempi (molto rumorose e puzzolenti) che tuttavia ho quasi sempre visto andare in carovana, guidati da un accompagnatore e seguiti da altro assistente.
Infine, se non si vuole fare il giro in Segway (aka biga, ormai inflazionato) anche in questo caso incolonnati dietro una guida, ecco la SITGO sua evoluzione sulla quale tuttavia si sta seduti invece che in piedi che, a prima vista, mi sembra estremamente scomoda, specialmente per quelli un po' più alti.  
Mi diverte osservare queste novità, ma soprattutto guardare quelli (più o meno incapaci) che utilizzano i suddetti mezzi indipendenti in modo poco adeguato se non pericoloso per se e per gli altri, piombando nel traffico o sui marciapiedi affollati con “grande gioia” di automobilisti e pedoni.
Io preferisco continuare ad andare a piedi, ma devo stare sempre più attento in quanto non si sa da dove arriverà il prossimo pericolo!